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Alimentazione al secondo posto, i profitti al primo

 
Robert Couse Baker intro
di Patrizia Marani

Il cibo nel tempo della globalizzazione è primariamente una merce che arricchisce solo alcuni colossi dell'agroalimentare, mentre non e' piu' redditizio per gran parte di chi materialmente lo produce. Perche' mai? E quanto questo squilibrio influisce sui prezzi e sulla qualita' di cio' che mangiamo?

Il grido d’allarme di GranoSalus riguardo alla qualità del grano duro d’importazione, da cui si ricava farina, pasta e prodotti da forno, ha gettato luce sulla parallela situazione di enorme disagio economico del settore agricolo nel tempo della globalizzazione, che non pare – come vedremo nel corso della nostra inchiesta – premiare l’alimento di qualità e chi lo coltiva, tutt’altro. Il rischio di carattere tossicologico dei prodotti alimentari globalizzati è strettamente connesso al problema che l’agricoltura non è più redditizia per troppi di coloro che la praticano, ma solo per le multinazionali che forniscono i mezzi di produzione agricola (dai semi ai fitofarmaci) o trasformano e commerciano i prodotti alimentari. Leggiamo sul sito di GranoSalus, dopo l’invito a fare una donazione, anche del costo di un caffè, all’associazione: “A proposito di caffè, sapete che, qualche decennio fa, con un chilo di grano si poteva pagare un caffè al bar? Oggi ce ne vogliono 5 chili!” La crisi delle imprese agricole si può riassumere con questa frase.

Difatti, “ Dal 2000 a oggi, in Italia hanno chiuso oltre 310.000 aziende” (Confagricoltura Asti, 2016) e non solo nel meridione. Uno studio dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria e dell’Università di Chieti evidenzia come “la crisi dei redditi agricoli in Italia stia mettendo a dura prova la sopravvivenza di molte aziende, come viene indicato anche dalla moria di aziende del settore e dal progressivo e continuo abbandono di molti terreni agrari *. Scrive Angelo Frascarelli sull’Informatore Agrario: “Si dice che l’agricoltura italiana è il motore dell’export. Vediamo i dati: le esportazioni agricole sono passate da 4,1 miliardi nel 2005 a 6,6 miliardi nel 2015 (+2,5 miliardi).
 È vero che questo è un importante aumento
 delle esportazioni, ma le importazioni sono passate da 9,2 miliardi nel 2005 a 13,8 miliardi nel 2015
 (+4,6 miliardi). Il saldo import/export agricolo 
è, dunque, fortemente negativo....”  Qualcosa, dunque, non sta funzionando nel paradigma agroalimentare attuale, ma cosa?

REDDITO AGRICOLO, UNA CRISI GLOBALE

Siccome l’alimento è divenuto unaimage.png merce globalizzata, altrettanto lo è la crisi.

IL CASO FRANCESE Secondo Le Figaro, in Francia “Nel 2016, circa il 20 % dei coltivatori non riusciva a versarsi alcun salario, mentre il 30% guadagnava meno di €350 al mese. Già nel 2015, un terzo degli agricoltori guadagnava meno di €350 al mese, nel 2014 il 18 %..” In diversi altri paesi europei cala produzione e reddito agricolo: “Il calo dell’indicatore di reddito agricolo riguarda, in particolare, Danimarca (-25,1%), Francia (-15,4%), Italia (-8,3%), Regno Unito (-4,1%) e Grecia (-2,9%) (dati ISTAT).

I costi degli input (dei mezzi di produzione: semi, fitofarmaci, mangimi, attrezzature agricole, terreni, etc.) sono, invece, in crescita costante: “Prendendo in considerazione un periodo adeguatamente lungo (2000-2016), risulta che i prezzi alla produzione sono cresciuti meno della metà di quelli degli input acquistati, il cui aumento, a partire dal 2008, è stato trainato dai rialzi dei prezzi di concimi, energia motrice e mangimi”, (dati ISTAT).

IL CASO AMERICANO Essendo il Canada il principale produttore di grano duro, gli agricoltori canadesi sono, apparentemente, i maggiori competitors dei coltivatori meridionali. Eppure, tutta l’agricoltura nord americana versa in una crisi profonda, evidenziando il carattere globale del disagio. Com’è possibile?

Leggiamo sul Newyorker: “ Il Ministero per l’Agricoltura americano stima che, fra il 2013 e il 2016, il reddito agricolo netto è diminuito della metà, l’affondo triennale maggiore dai tempi della Grande Depressione. Circa 42.000 aziende hanno chiuso i battenti, le piccole e medie si sono rivelate quelle più vulnerabili….Poi il tasto dolente dei sussidi all'agricoltura: "In passato, le grandi aziende hanno ottenuto molti più sussidi delle piccole e medie, le quali, tuttavia, rappresentano il 97 % di tutte le aziende agricole in funzione. Secondo l’Environmental Working Group… fra il 1995 e il 2016, il 10% delle aziende più ricche ha ricevuto il 77% dei sussidi destinati alla produzione delle materie prime alimentari”.

Il problema pare essere quello di un surplus produttivo, ma le politiche governative, anziché limitare la produzione, si propongono di promuovere maggiormente l’esportazione, benche' l’export rappresenti solo il 20% del valore della produzione agricola americana. “Quasi il 100% degli agricoltori vende localmente. E’ l’agroindustria che esporta, non gli agricoltori (grassetto mio). Un’agricoltura votata all’esportazione non ha mai creato redditi elevati per i contadini.

Le maggiori rappresentanze del mondo agricolo americano, come la National Farmers Union, chiedono che sia: 1. “ripristinata la sovranità locale e nazionale della politica agricola e alimentare; 2. dato sostegno ai diritti dei lavoratori agricoli e a migliori paghe; 3. messo fine alle regalie per la grande industria attraverso gli accordi commerciali;  cessata ll’invasione (dumping) delle altre nazioni con prodotti a basso prezzo” (U.S. Can’t Export Its Way Out of Farm Crisis, Bryce Oates, April 5, 2018, Dailyyonder). Leggiamo in calce all’articolo un interessante commento lasciato da un agricoltore: “Il Ministero ha delle priorità totalmente sbagliate. Dovrebbe proteggere la mia masseria dalle sostanze chimiche provenienti dalle gigantesche tenute agricole nelle vicinanze che vanificano i miei sforzi di coltivare alimenti salutari e privi di contaminazioni chimiche. ‘La crisi sanitaria’ è il risultato diretto di una politica agricola fondata sul principio “alimentazione al secondo posto, i profitti al primo” (nutrition second, profits first). Ma i profitti di chi? A quanto pare, non certo quelli della massa dei contadini americani. "Il prezzo degli alimenti aumenta quasi sette volte dal campo alla tavola per colpa delle distorsioni e delle speculazioni lungo la filiera, che danneggiano agricoltori e consumatori”. 

LE CAUSE DELLA CRISI DEL REDDITO AGRICOLO, L’ESEMPIO CANADESE

Apparentemente, i maggiori concorrenti dei produttori meridionali sono gli agricoltori canadesi che invadono il mercato italiano con il loro grano duro al glifosato, ma è davvero cosi? Significativa l’analisi realizzata dalla maggiore associazione agricola canadese, la National Farmers Union. Pure in Canada i costi di produzione sono schizzati alle stelle. “Il prezzo del carburante è quasi raddoppiato, quello dei fertilizzanti a base di azoto è aumentato di un terzo, mentre il prezzo delle derrate agricole diminuisce”. Per di più, gli agricoltori, nel tentativo di far aumentare la resa per ettaro coltivato e compensare le perdite dovute all’aumento del costo dei terreni (da una media di $850 per acro a $2.871) e alla diminuzione del prezzo dei prodotti agricoli, usano, ahimè, più fertilizzanti chimici. Le condizioni di acquisto dei semi sono divenute spaventose: il prezzo dei semi di grano è aumentato del 142 %. Ma cosa ha portato a un rialzo cosi sostenuto del costo dei mezzi di produzione agricola? Perché il sistema non è più redditizio per chi materialmente produce il nostro cibo?

Un report rivelatore datato 2005 – di cui presentiamo più in basso un aggiornamento - dal titolo “The Farm Crisis: Its Causes and Solutions”, sottoposto al Ministero dell’Agricoltura canadese dalla maggiore associazione agricola del paese, individua nella mancanza di concorrenza e pluralità nei settori degli input agricoli e della trasformazione e vendita delle derrate la causa numero1 dei costi in ascesa verticale gravanti sui coltivatori canadesi e della risultante crisi dei redditi agricoli. In una sola parola, colpevoli sono I MONOPOLI. Alla faccia del libero mercato, di cui si riempiono la bocca tutte le istituzioni nazionali e internazionali . La tendenza al rialzo dei costi per i coltivatori è definita “globale”, dovuta alla cosiddetta “globalizzazione” e alle sbagliate politiche governative che la sostengono. La politica agricola del governo canadese negli ultimi decenni è stata quella di stimolare al massimo la produzione – un modo infallibile per far calare i prezzi pagati ai coltivatori –, l’esportazione e la conquista di nuovi mercati esteri, una politica che ha favorito, secondo gli agricoltori, i due anelli estremi della catena alimentare: produttori di macchinari agricoli, mangimi, semi e fitofarmaci da una parte e le aziende di trasformazione e la grande distribuzione dall’altra. Ma in che modo? 

Le aziende del settore agroalimentare sono diventate numericamente sempre meno e commercialmente sempre più potenti, riuscendo a imporre sui contadini prezzi dei fattori di produzione agricola e di vendita “predatori”, in quanto non più temperati dalla concorrenza. Benche' i prezzi al consumo crescessero, le corporation, alzando in modo “predatorio”, i propri sino al limite tollerato dal mercato, hanno pian piano eroso il margine di guadagno degli agricoltori.

“La crisi del reddito agricolo prosegue a tutt’oggi," – spiega in un’illuminante email inviata alla nostra redazione Patricia Englund, Direttrice Generale della National Farmers Union canadese, "causando un esodo dal settore agricolo dei coltivatori, i quali ricevono una frazione sempre più piccola di quel dollaro che il consumatore spende dal fruttivendolo. Ai contadini sono imposti mezzi di produzione agricola (input) a prezzi esosi e un margine minimo del prezzo di vendita, dato che le potenti multinazionali occupano in sostanza una posizione di monopolio e, avendo accesso a merci agricole in tutto il mondo, sono in grado di mettere gli agricoltori gli uni contro gli altri per abbassare i prezzi di cereali, carne, etc., mentre i coltivatori sono obbligati a comprare fertilizzante, combustibile, etc., da una manciata di conglomerati dell’agroalimentare, i quali possono facilmente fissare i prezzi sino al livello massimo tollerato dal mercato. Sovente gli agricoltori si ritrovano senza reddito netto alla fine dell’anno e sono costretti a fare un secondo lavoro fuori dalla fattoria per dar da mangiare alla loro famiglia”.

Un paragrafo della newsletter dell’associazione agricola porta questo titolo espressivo:

“POTERE DI MERCATO, AGRICOLTORI CONTRO MULTINAZIONALI

Chi trae maggiori vantaggi dai cosiddetti trattati di libero scambio internazionale è la grande industria conserviera, dei semi, dei fitofarmaci etc. che usa il libero accesso ai mercati per rifornirsi delle materie prime più convenienti su scala globale e le regole internazionali di libero scambio per attaccare le istituzioni di commercializzazione controllate dagli agricoltori e indebolire il loro potere di mercato (il potere, nelle transazioni, di stabilire il prezzo più favorevole alla propria parte, N.d.T). I trattati di libero scambio hanno, uno dopo l’altro, eroso un sistema, unico per efficacia, di gestione dell’offerta nazionale di prodotti caseari, uova e pollame, spingendo verso il basso i prezzi pagati agli agricoltori e, al contrario, ampliando costantemente lo spazio di mercato delle multinazionali. Questi vantaggi conquistati dall’agribusiness non vanno a beneficio dei consumatori, come dimostrato dai prezzi al rialzo degli alimenti. Al contrario, l’industria agroalimentare usa il proprio potere di mercato per espandere la propria forza e il controllo dello stesso tramite fusioni e acquisizioni, facendo sì che solo uno sparuto numero di colossi del settore acquisti, venda e trasformi i prodotti agricoli.

LE MULTINAZIONALI S'IMPADRONISCONO DEL SETTORE, ESPELLENDO GLI OPERATORI CANADESI Dopo l’entrata in vigore dell’FTA (il primo trattato di libero scambio con gli USA, N.d.T.), la fetta proprietaria canadese dei settori della trasformazione delle derrate alimentari è quasi scomparsa. Nel 1988, il 93% degli operatori del settore cerealicolo era canadese, e più del 60% apparteneva a cooperative agricole. Ora non esistono più cooperative e tre multinazionali private controllano più della metà del settore….Il settore della carne di manzo canadese è ormai totalmente di proprietà straniera: la Cargill e la brasiliana JBS possiedono più del 95% del settore della macellazione. L’industria della birra era quasi interamente canadese; oggi Molson-Coors e InBev occupano circa il 60% del settore, mentre la giapponese Sapporo possiede circa il 5%. La nostra industria del malto è passata da una proprietà totalmente canadese a una interamente straniera, mentre i mulini per la farina, in precedenza per metà canadesi, lo sono oggi solo per un terzo”.

Questo è il mondo che le multinazionali e i loro rappresentanti politici nelle istituzioni internazionali ed europee stanno mettendo a punto anche per l’agricoltura italiana ed europea.

ESTRAZIONE DI RICCHEZZA DA PARTE DELLE MULTINAZIONALI

Poi ancora: “Questa massiccia estrazione di ricchezza da parte di alcune delle più potenti multinazionali è la causa della crisi del reddito agricolo. “Perché il governo continua a perseguire politiche agricole orientate all’esportazione per supportare i massicci profitti delle multinazionali a danno degli agricoltori e dei consumatori canadesi?”
Il Barton report (una relazione realizzata da un manager di multinazionali che lavora ora per il governo canadese…N.d.T.) esorta il Canada ad accelerare le esportazioni alimentari aumentandone le quantità, la liberalizzazione del settore e l’automatizzazione della produzione. Se il suo suggerimento sarà seguito, le fila degli agricoltori e dei lavoratori si assottiglieranno ancora di più, aumenteranno le emissioni di gas serra causate dall’agricoltura, diminuirà la salvaguardia della nostra terra, aria e acqua. Il sovradimensionamento della produzione agricola, degli stabilimenti di trasformazione e l’allungamento della catena di distribuzione aumenterebbero la standardizzazione del sistema alimentare, rendendolo più fragile rispetto agli inevitabili stress economici e climatici. L’infrastruttura stessa indispensabile per incrementare le esportazioni bloccherebbe lo sviluppo della produzione locale tanto desiderata dai consumatori canadesi. L’aspetto più sgradevole della relazione Barton è la sua raccomandazione di porre a capo del sistema agroalimentare canadese dei manager. Gli scienziati potranno svolgervi un ruolo, ma non il governo (tipica politica antistatale neoliberista, N.d.T.). E suggerisce di disciplinare (sich!) gli agricoltori con programmi di supporto al reddito, collegandolo alla produttività, segnalata attraverso mega banche-dati. Secondo questa visione, gli agricoltori, i consumatori e i lavoratori non devono prendere decisioni. La proposta delineata è un programma di governo delle multinazionali. La nostra domanda è: quali interessi prevarranno?

Quelli di massimizzazione del profitto delle multinazionali o il diritto a un giusto reddito degli agricoltori e ad alimenti freschi e sani dei cittadini canadesi? La stessa domanda vale per l' Europa: chi tuteleranno le istituzioni europee, i profitti delle multinazionali, come è stato fatto sino a oggi, o la qualità e la sicurezza alimentare, garantita dai piccoli e medi coltivatori europei?

Come afferma il Pannello Internazionale di Esperti dei Sistemi Alimentari Sostenibili della FAO (IPES) nel loro report “Dall’Uniformità alla Diversità” “I sistemi alimentari attuali sono riusciti a produrre grandi volumi di cibo per i mercati globali, ma hanno generato esiti negativi su fronti multipli: diffusa degradazione dei terreni, delle acque e degli ecosistemi; alte emissioni di gas serra; perdita di biodiversita’; fame persistente in una parte del mondo e gravi carenze di micronutrienti dall’altra, accanto a una rapida ascesa dell’obesità e di malattie collegate a diete errate; e difficoltà di sostentamento per i coltivatori di tutto il mondo. Molti di questi problemi sono collegati specificamente all’’agricoltura industriale’”.   

Per di piu' , sebbene l'agricoltura industriale sostenga di essere l'unico sistema agricolo in grado di soddisfare il fabbisogno alimentare di un numero vieppiu' crescente di popolazione globale,  scrive Olivier De Schutter di IPES sul Gardian, in quasi la meta' delle terre coltivabili la produttivita' e' stagnante o in calo, "e cio' accade nei sistemi produttivi a piu' alto contenuto tecnologico delle aree piu' ricche e industrializzate al mondo: piu' di un terzo dei raccolti di grano nelle Grandi Pianure degli USA e in Argentina, e dei raccolti europei. La causa della minaccia per la produttivita' dell'agricoltura industriale risiede nel degrado sistematico del capitale naturale e umano dal quale dipende. Insetti, virus, funghi, batteri ed erbacce si stanno rapidamente adattando a erbicidi e pestici: sono state identificate ben 210 specie di malerbe resistenti. Nel frattempo, i fitofarmaci stanno distruggendo velocemente i microrganismi presenti nel suolo e il loro potenziale di riciclo degli elementi nutritivi. Tutto cio' crea un pericoloso effetto tapis roulant: maggiore resistenza porta a maggiori quantita' di pesticidi/erbicidi irrorati, il che genera costi crescenti per gli agricoltori e un'ulteriore degrado dell'ambiente (e della salute umana, NdR). Il che richiede un utilizzo addizionale di fertilizzanti chimici per continuare a spremere produttivita' dai terreni".

SOVRANITA' ALIMENTARE

farmers' market

La soluzione per il recupero di una qualita' alimentare, ambientale e reddituale per chi coltiva il nostro cibo viene identificata dagli agricoltori sia italiani che canadesi con il ritorno alla sovranita' alimentare, vale a dire, a sistemi agro-ecologici in grado di produrre alimenti di qualita', piuttosto che grandi quantita' di alimenti, indirizzati primariamente ai mercati locali ad alto valore economico, anziche' all'esportazione. Secondo IPES, infatti, l'obiettivo dell'aumento della produzione agricola per riuscire a sfamare i 700 milioni di persone denutrite e i miliardi di bocche future e' un falso obiettivo, in quanto il problema e' di DISTRIBUZIONE degli alimenti, non di produzione. Il recupero della qualita' alimentare e del reddito per gli agricoltori richiede un totale rovesciamento delle priorita' governative e della UE: gli incentivi economici dovrebbero essere convogliati dall'agricoltura industriale ai sistemi agroecologici alternativi che, secondo IPES, hanno mostrato capacita' produttive sostenute, unite a qualita' alimentare e protezione dell'ambiente. 

Nel prossimo articolo, il problema della proprietà dei semi e cosa comporta per la nostra sicurezza e qualità alimentari.

PER APPROFONDIMENTI

Questo matrimonio non s'ha da fare, sulla fusione Monsanto-Bayer, prima puntata della serie

Etichetta trasparente la posta in gioco, seconda puntata della serie

Il CETA in poche parole

FONTI ON LINE

*La diversificazione del reddito nelle aziende agricole italiane: una via di uscita dalla crisi? Roberto Henkee Istituto Nazionale di Economia Agraria,  Cristina Salvioni Università di Chieti-Pescara

http://www.grossetonotizie.com/coldiretti-su-guadagno-agricoltori-su-spesa/

Newsletter del sindacato canadese 

Report del Panel di Esperti FAO 

Modern Agriculture Cultivates Climate. Change, we must nurture biodiversity, Olivier de Schutter

GRANO SALUS, perche' sostenerlo 

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